mercoledì 16 novembre 2016

IL COMPLESSO MUSICALE

C’è stato un momento della storia italiana, dagli anni cinquanta del secolo scorso in poi, in cui fare gruppo costituiva parte integrante della vita sociale di un giovane uomo. In questo particolare periodo c’era chi faceva gruppo nell'ambito delle parrocchie (e si formavano le squadre di calcio giovanili), chi lo faceva nelle università (e nascevano le associazioni studentesche), chi lo faceva nella politica extra-parlamentare (e sappiamo tutti come andò a finire!). Ma vi è stato un settore (quello della musica leggera, per l'appunto) dalla seconda metà degli anni sessanta, in parallelo a ciò che costituiva l'egemonia del modo di fare musica di quel tempo, in cui si cominciò a fare gruppo aggregandosi attorno al "progetto" di suonare insieme. Questo nuovo criterio di aggregazione trasse ispirazione dai Rolling Stones e - soprattutto - dai Beatles, che oltre Manica avevano soppiantato il sistema orchestra concentrando in una band composta da pochi elementi chi, contemporaneamente, suonava e cantava. In Italia, la band, correttamente, prese l'appellativo di complesso. Nel giro di pochi anni, dal 1960 in poi, man mano che il fenomeno cominciava a dilagare, "fare il complesso” rappresentò una specie di movimento involontario che, sulle orme dei citati Rolling Stones, dei Beatles e del cosiddetto beat, rincorreva un modo diverso di fare musica e di raccontare storie, inventando una maniera nuova di fare canzoni. I complessi erano composti per lo più da giovani uomini a cui, per la prima volta, veniva riconosciuto lo status di ragazzo, con una sua dimensione e un suo contesto culturale assai distante da quello degli adulti (ribattezzati matusa). Queste compagini erano formate da aspiranti musicisti che molto spesso, a parte l’aspirazione, non possedevano la benché minima conoscenza della teoria musicale e tantomeno della tecnica strumentale (che fosse la batteria piuttosto che l’organo elettrico o la chitarra poco importa). Per sopperire alla mancanza dei rudimenti di base per progredire, l’editoria di quel tempo colse al volo l’opportunità e cominciò a stampare metodi per autodidatti aspiranti musicisti con promesse mirabolanti sulle copertine. Tuttavia i più ambiziosi si misero sotto l’ala protettiva di un insegnante. A metà degli anni sessanta il fenomeno divenne incontenibile: gruppi di giovani avevano occupato le cantine e le soffitte dei quartieri italiani; c’era sete di protagonismo, voglia di sognare; qualcuno cresceva e moltissimi rinunciavano; perché al di là della facciata fatta di capelli lunghi, pantaloni a tubo e chitarre, batterie e organi elettrici, formare e portare avanti "il complesso" era difficile e faticoso, spesso poco gratificante, sempre dispendioso e quasi mai remunerativo. Chi resisteva era di certo pervaso da una sorta di vocazione, una tenacia che andava al di là della passione e che metteva la musica al di sopra degli amici, della partita di pallone, del cinema, della scuola e spesso anche della fidanzata che puntualmente (e in qualunque latitudine) minacciava, prima o poi, il fatidico: «O me, o la musica» ... e solo qualche volta vinceva la musica ! Questi ultimi, senza saperlo, stavano sperimentando quel fenomeno che si può fare rientrare nella tesi formulata da Edgar Morin, in cui si parla di rapporto tutto-parti e di unità complessa organizzata. Egli affermerà: «il sistema possiede qualcosa di più delle sue componenti considerate isolatamente o disposte in maniera differente [...]. Non soltanto quindi il tutto è più della somma delle parti, è la parte che è, nel tutto e grazie al tutto, più della parte». Di qui il passo fu breve: la rappresentazione del complesso musicale come totalità dinamica, nel tempo, fece la differenza. Benché quello del beat altro non fu che uno dei primi elementari espedienti di marketing delle case discografiche per vendere dischi, quando smise di soffiare il vento della protesta e cominciò a prendere forma un nuovo modo di suonare - il cosiddetto progressive - si pervenne ad un sorta di “auto-selezione della specie”; quelli che decisero di continuare furono pochi talentuosi; molte compagini dai nomi variopinti ed eccentrici si sciolsero come la neve al Sole; i musicisti superstiti riuscirono a imboccare una via italiana che permise loro di restare attivi ancora per qualche tempo. Tra le band che avevano conquistato le vette del panorama musicale a cavallo tra i sessanta e primi settanta, l’Equipe 84 chiuse i battenti nel 1976 qualche anno dopo the Rokes (di contro altri complessi come i Nomadi oppure i Pooh sfonderanno il muro dei 50 anni di attività); alcuni infine trovarono spazio tra le pieghe del mercato discografico proponendo melodie su improbabili ritmi disco-dance. Ciò nonostante, nel periodo compreso fra i primi anni settanta e la metà degli ottanta, sulla scia della fine del (cosiddetto) beat e del rock progressive, sono nate vissute e declinate una miriade di formazioni che hanno trovato un forte consenso in un pubblico legato alla migliore tradizione melodica italiana le sigle dei quali rimandano a titoli improbabili ma fantasiosi e accattivanti quali - tanto per fare un esempio esplicativo e non certamente esaustivo - “Il Cerchio D’oro” piuttosto che “Quarto Sistema”). I musicisti di queste band - alcuni dotati di buona preparazione tecnica (già a metà degli anni settanta, a causa della smania esterofila, si era perduto l’appellativo di “complessi”) hanno trovato l’opportunità di incidere le loro canzoni con piccole etichette indipendenti lasciando una traccia su dischi a 45 giri (ma, talvolta, anche su album). Oggi (2016), quel certo modo di “fare gruppo” non esiste più; la professionalità ha sopperito al dilettantismo spinto degli strumentisti del secolo scorso. Sia come sia, questi cinquant'anni e più di musica dei Complessi vivono ancora attraverso i dischi pubblicati su molti siti specialistici così come attraverso i canali You-Tube. Questo Blog vuole proporsi come un’area in cui trattare di questo fenomeno. Si invitano pertanto tutti coloro i quali volessero partecipare al dibattito a portare (e apportare anche con immagini, copertine di dischi etc.) le loro esperienze.

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