C’è stato un momento della storia italiana, dagli anni cinquanta del
secolo scorso in poi, in cui fare gruppo costituiva parte integrante della vita
sociale di un giovane uomo. In questo particolare periodo c’era chi faceva gruppo nell'ambito delle parrocchie
(e si formavano le squadre di calcio giovanili), chi lo faceva nelle università
(e nascevano le associazioni studentesche), chi lo faceva nella politica
extra-parlamentare (e sappiamo tutti come andò a finire!). Ma vi è stato un
settore (quello della musica leggera, per l'appunto) dalla seconda metà degli
anni sessanta, in parallelo a ciò che costituiva l'egemonia del modo di fare
musica di quel tempo, in cui si cominciò a fare
gruppo aggregandosi attorno al "progetto" di suonare
insieme. Questo nuovo criterio di aggregazione trasse ispirazione dai Rolling
Stones e - soprattutto - dai Beatles, che oltre Manica avevano soppiantato il
sistema orchestra concentrando in una band composta da pochi elementi chi,
contemporaneamente, suonava e cantava. In Italia, la band, correttamente, prese
l'appellativo di complesso. Nel giro di pochi anni, dal 1960 in poi, man mano
che il fenomeno cominciava a dilagare, "fare il complesso” rappresentò una
specie di movimento involontario che, sulle orme dei citati Rolling Stones, dei
Beatles e del cosiddetto beat, rincorreva un modo diverso di fare musica e di
raccontare storie, inventando una maniera nuova di fare canzoni. I complessi
erano composti per lo più da giovani uomini a cui, per la prima volta, veniva
riconosciuto lo status di ragazzo, con una sua dimensione e un suo contesto
culturale assai distante da quello degli adulti (ribattezzati matusa). Queste
compagini erano formate da aspiranti musicisti che molto spesso, a parte l’aspirazione,
non possedevano la benché minima conoscenza della teoria musicale e tantomeno
della tecnica strumentale (che fosse la batteria piuttosto che l’organo
elettrico o la chitarra poco importa). Per sopperire alla mancanza dei
rudimenti di base per progredire, l’editoria di quel tempo colse al volo
l’opportunità e cominciò a stampare metodi per autodidatti aspiranti musicisti con
promesse mirabolanti sulle copertine. Tuttavia i più ambiziosi si misero sotto
l’ala protettiva di un insegnante. A metà degli anni sessanta il fenomeno
divenne incontenibile: gruppi di giovani avevano occupato le cantine e le
soffitte dei quartieri italiani; c’era sete di protagonismo, voglia di sognare;
qualcuno cresceva e moltissimi rinunciavano; perché al di là della facciata
fatta di capelli lunghi, pantaloni a tubo e chitarre, batterie e organi
elettrici, formare e portare avanti "il complesso" era difficile e
faticoso, spesso poco gratificante, sempre dispendioso e quasi mai
remunerativo. Chi resisteva era di certo pervaso da una sorta di vocazione, una
tenacia che andava al di là della passione e che metteva la musica al di sopra
degli amici, della partita di pallone, del cinema, della scuola e spesso anche
della fidanzata che puntualmente (e in qualunque latitudine) minacciava, prima
o poi, il fatidico: «O me, o la musica» ... e solo qualche volta vinceva la
musica ! Questi ultimi, senza saperlo, stavano sperimentando quel fenomeno che
si può fare rientrare nella tesi formulata da Edgar Morin, in cui si parla di
rapporto tutto-parti e di unità complessa organizzata. Egli affermerà: «il
sistema possiede qualcosa di più delle sue componenti considerate isolatamente
o disposte in maniera differente [...]. Non soltanto quindi il tutto è più della somma delle parti,
è la parte che è, nel tutto e grazie al tutto, più della parte». Di qui il
passo fu breve: la rappresentazione del complesso
musicale come totalità dinamica, nel tempo, fece la differenza. Benché
quello del beat altro non fu che uno dei primi
elementari espedienti di marketing delle case discografiche per vendere dischi,
quando smise di soffiare il vento della protesta e cominciò a prendere forma un
nuovo modo di suonare - il cosiddetto progressive - si pervenne ad un sorta di
“auto-selezione della specie”; quelli che decisero di continuare furono pochi
talentuosi; molte compagini dai nomi variopinti ed eccentrici si sciolsero come
la neve al Sole; i musicisti superstiti riuscirono a imboccare una via italiana
che permise loro di restare attivi ancora per qualche tempo. Tra le band che
avevano conquistato le vette del panorama musicale a cavallo tra i sessanta e
primi settanta, l’Equipe 84 chiuse i
battenti nel 1976 qualche anno dopo the Rokes
(di contro altri complessi come i Nomadi oppure i Pooh sfonderanno il muro dei
50 anni di attività); alcuni infine trovarono spazio tra le pieghe del mercato
discografico proponendo melodie su improbabili ritmi disco-dance. Ciò
nonostante, nel periodo compreso fra i primi anni settanta e la metà degli ottanta,
sulla scia della fine del (cosiddetto) beat e del rock progressive, sono nate
vissute e declinate una miriade di formazioni che hanno trovato un forte
consenso in un pubblico legato alla migliore tradizione melodica italiana le
sigle dei quali rimandano a titoli improbabili ma fantasiosi e accattivanti quali
- tanto per fare un esempio esplicativo e non certamente esaustivo - “Il
Cerchio D’oro” piuttosto che “Quarto Sistema”). I musicisti di queste band -
alcuni dotati di buona preparazione tecnica (già a metà degli anni settanta, a
causa della smania esterofila, si era perduto l’appellativo di “complessi”) hanno
trovato l’opportunità di incidere le loro canzoni con piccole etichette
indipendenti lasciando una traccia su dischi a 45 giri (ma, talvolta, anche su
album). Oggi (2016), quel certo modo di “fare gruppo” non esiste più; la
professionalità ha sopperito al dilettantismo spinto degli strumentisti del
secolo scorso. Sia come sia, questi cinquant'anni e più di musica dei Complessi
vivono ancora attraverso i dischi pubblicati su molti siti specialistici così
come attraverso i canali You-Tube. Questo Blog vuole proporsi come un’area in
cui trattare di questo fenomeno. Si invitano pertanto tutti coloro i quali
volessero partecipare al dibattito a portare (e apportare anche con immagini,
copertine di dischi etc.) le loro esperienze.
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